150 anni di Italia Unita: il commento di Paolo Calvano

 Oggi ho deciso di esporre la bandiera italiana, il tricolore, alla mia finestra.

Ho deciso di farlo perche’ mi vengono i brividi quando sento suonare l’inno di Mameli, quando ne ascolto le parole, quando un geniale Benigni lo canta “a cappella”, nel silenzio e nell’emozione di un teatro e di una intera nazione.

E mi inorgoglisco quando, da sportivo, vedo quello stesso tricolore che sale più in alto di tutti sul pennone del podio, per la Ferrari o per la Nazionale, per il primo come per l’ultimo degli sport nazionali.

Ho deciso di esporre il tricolore perche’ voglio segnare la mia profonda differenza da chi, al momento dell’intonazione dell’inno nazionale, si alza dal suo scranno da consigliere regionale e va al bar. Perche’ le forze politiche in campo non sono tutte uguali. C’e’ chi ha rispetto delle istituzioni e della Costituzione, chi, se immagina di cambiarla, intende il cambiamento come un modo per rafforzarne i valori fondanti, e chi invece non perde occasione per deturparne l’immagine e per mettere in discussione i principi fondamentali della nostra Repubblica, quali la democrazia, l’uguaglianza, il lavoro, il pluralismo, la solidarieta’, la laicita’ e la pace.

La bandiera sara’ alla mia finestra perche’ sono innamorato di questo Paese, della sua bellezza, delle sue passioni e delle sue debolezze, della sua unicita’ e delle sue differenze, della sua ingegnosita’ e della sua capacita’ di fare e disfare. Un amore che mi fa vedere in quel tricolore la speranza di un Paese che, in nome di quella bandiera, torni ad indignarsi e a farsi sentire -come hanno fatto tante donne e tanti giovani- di fronte al diffondersi del degrado morale e al “deficit di futuro” a cui oggi, troppo spesso, sembriamo rassegnati. In quei tre colori, tutti insieme, ritrovo la speranza di un Paese che torni a considerare l’illegalita’ e la corruzione come un male assoluto da debellare. Che torni a raddrizzare la piramide dei valori e ad intendere la solidarieta’ non come la carita’ del più ricco verso il più povero, ma come la condivisione di un comune processo di sviluppo in cui chi ha di più, ci mette di più. Sogno un Paese che non abbia costantemente la tentazione di guardarsi indietro per affrontare il futuro, e che trovi, nella voglia e nella capacita’ delle nuove generazioni, e nella generosita’ di quelle precedenti, la spinta verso un nuovo Risorgimento.

In un’Europa che auspico sempre più unita e forte, l’Italia, una ed indivisibile, non puo’, non deve, dividersi.

Viva l’Italia, “l’Italia tutta intera, l’Italia che lavora”.

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