27 gennaio, GIORNO DELLA MEMORIA

27 Gennaio 2023
Featured image for “27 gennaio, GIORNO DELLA MEMORIA”

Auschwitz ci ricorda e ci insegna ogni giorno di quali nefandezze può essere capace il genere umano se si lascia catturare dal fanatismo, dall’odio e da teorie aberranti, le stesse che ancora oggi spargono sangue innocente in tante parti del mondo, ma anche nel cuore dell’Europa purtroppo, mettendo a rischio la pace, la civiltà e la convivenza reciproca.  Auschwitz non rappresenta soltanto la sintesi di un’ideologia folle e criminale ma è anche simbolo del male assoluto, del complesso e meticoloso sistema di annientamento posto in essere dall’ideologia nazista. Le persecuzioni naziste si iscrivevano, infatti, in un progetto di società basato su un nazionalismo esasperato, un virus che – lo vediamo spesso anche oggi – può ritornare e che non possiamo mai dare per sconfitto. Nel nuovo ordine immaginato dai nazisti, non poteva esserci posto per la diversità, per il dialogo, per l’accettazione dell’altro. Essi desideravano una società senza ebrei, senza dissidenti politici, senza omosessuali, senza disabili mentali, senza prigionieri di guerra, senza testimoni di Geova, senza rom, sinti, slavi… Ma soprattutto è sull’odio verso gli ebrei che si strutturò un vero e proprio sistema ideologico, giuridico e propagandistico. I campi di concentramento e le camere a gas furono quindi l’estrema conseguenza di questo processo metodico che mirava a definire una gerarchia di razze umane, al fondo della quale erano collocati gli ebrei.

Mi preme ricordare che a Ferrara è stata collocata una lapide il 27 gennaio 2005 per ricordare quando il 19 ottobre 1943 il lungo convoglio di carri bestiame piombati si fermò alla stazione di Ferrara e tra i 1023 ebrei romani, stipati nei vagoni del treno diretto verso Auschwitz, viaggiavano anche l’ing. Mario Levi di 55 anni, sua moglie Alba Ravenna in Levi di 52 anni e il figlio Giorgio di 16 anni, cugino di Alberta Levi Temin, considerato da lei un fratello perché sua madre era una dei sei figli di Tullio Ravenna, padre di Renzo, podestà di Ferrara dal 1926 al 1938.
Il 12 ottobre Alberta e la sua famiglia (madre, padre, sorella), all’incrudirsi della persecuzione razziale, erano fuggiti da Ferrara alla volta di Roma, ospiti degli zii, che abitavano in via Flaminia 21 – per ricordarli, il 28 gennaio 2010, sono state collocate davanti a quella casa tre pietre d’inciampo. Alberta, presente all’inaugurazione ha commentato l’evento con queste parole “I miei cari, almeno i loro nomi in questo modo tornano a casa, non sono più nel vento, non sarebbe stata solo la pietra tombale posta nel cimitero di Ferrara accanto a quella dei nonni Ravenna a ricordarli. Qui, su questo marciapiede cammina la vita, e i loro nomi ne faranno parte”.
E fu qui che «alle sei di mattina le SS suonarono alla porta: lo compresi dalla scampanellata fuori orario che mi svegliò di soprassalto e, senza un attimo di esitazione scesi dal letto sussurrando a Piera e a mia madre, Bianca Ravenna “non posso sentire ancora quel passo – in riferimento ad un episodio analogo avvenuto nella sua casa a Ferrara in occasione di una perquisizione – e […] in camicia da notte uscii sul balcone”». I due zii, suo cugino, la mamma e la sorella furono portati nel collegio militare in via della Lungara. La madre e Piera, non risultando inscritte nell’elenco degli ebrei romani, furono convinte da Alba a dichiarare di essere cattoliche di matrimonio misto e quindi si salvarono. Diverse furono le sorti dei suoi tre parenti.
Giorgio Levi rimase chiuso nel collegio militare in via della Lungara fino al giorno 18 quando fu costretto a salire insieme ad altri cinquanta prigionieri in uno dei vagoni merci diretti verso Auschwitz, dove arrivò la notte del 22 ottobre del 1943. Qui, selezionato per il lavoro, gli fu tatuato sul braccio la matricola 15874. Morto in un luogo ignoto, non si hanno più sue tracce a partire dal 29 dicembre 1943.
Mario Levi arrivò ad Auschwitz-Birkenau nella stessa notte. Di lui, la cui immatricolazione è incerta, morì in un luogo e in un giorno sconosciuti.
Alba Levi Ravenna, giunta insieme al marito e al figlio nello stesso giorno, entrò nella camera a gas appena arrivata nel campo di sterminio. Fu lei che, alla fermata del treno a Ferrara dove il tragico convoglio di carri bestiame sostò, da un’inferriata riuscì a parlare ad un ferroviere locale, lo pregò di cercare suo fratello, Renzo Ravenna e di dirgli di portare in salvo la sua famiglia, come di fatto poi avvenne.

 

Il razzismo ed il nazismo non sono opinioni, ma sono crimini: parole da scolpire nella nostra memoria!

 

Alessandro Talmelli
Segretario Unione Comunale PD Ferrara


Condividi: