Congresso 2010: il documento politico-programmatico di Paolo Calvano

kelvinIL PARTITO DEMOCRATICO, UN PARTITO CREDIBILE

Un partito nato per cambiare l’Italia, e che ora deve assumersi la responsabilità di elaborare una nuova proposta politica per costruire l’alternativa. Per mettere in campo un progetto di Paese alternativo a quello del centrodestra, in cui i valori centrali della nostra Costituzione ne siano i principi ispiratori.

La libertà, l’uguaglianza, la democrazia, la laicità e la solidarietà verso i più deboli, devono essere i principi cardine di una nuova proposta per l’Italia. Un’Italia davvero federale, in cui le diverse comunità possano godere di un adeguato grado di autonomia, per essere protagoniste di una nuova idea nazionale unitaria.

Una base valoriale che deve caratterizzare la quotidiana azione politica e programmatica del Partito Democratico.

Un partito nato mettendo insieme personale politico che proviene da partiti che per molti anni sono stati fieramente avversari, per andare oltre e coinvolgere anche chi in quei partiti non si riconosceva….(CONTINUA)

Un partito che per questo, a differenza dei più tradizionali partiti della sinistra europea, non è dotato di un robusto profilo culturale, e che deve perciò necessariamente definire una nuova cultura condivisa, partendo dalle proprie radici, ma facendo nascere una pianta nuova.

Un partito che vada oltre il blocco sociale che ha rappresentato i punti di riferimento dei partiti di provenienza e che sappia guardare con lungimiranza all’Italia, a quella che lavora, che studia, che intraprende, che pensa.

Un partito che sia in grado di definire un proprio progetto per il Paese, con lo scopo di aggregare intorno ad esso alleanze forti, frutto di un processo di condivisione del progetto stesso, in uno schema irrinunciabilmente bipolare. Uno schema che va promosso e rafforzato con riforme istituzionali coerenti, che tutelino l’iniziativa parlamentare, rendendola però più snella nei numeri e nel funzionamento, e quindi più efficace nell’azione.

L’avvento del Partito Democratico ha reso possibile una riduzione reale della frammentazione partitica nel nostro Paese, una frammentazione che ha minato la credibilità della politica. Che ha impedito per decenni di dare risposte adeguate ai reali bisogni del Paese.

E’ nostro dovere non abbandonare l’obiettivo di ridare dignità e fiducia alla politica, di farla tornare ad essere qualcosa in cui i cittadini credono.

Dal 1976 ad oggi c’è stata una lenta, ma costante crescita dell’astensionismo in Italia, arrivando a toccare nelle recenti elezioni regionali il picco più elevato dal dopoguerra ad oggi. E questo è stato il frutto dell’incapacità della politica di dare una risposta alla modernizzazione del Paese.

Il Partito Democratico che immagino, si deve far carico di questa responsabilità, perché è nato proprio per riuscire a interpretare i grandi mutamenti della società contemporanea, e a tradurli in un nuovo progetto per il Paese.

E’ questo un impegno rispetto al quale non possiamo abdicare.

Non possiamo rinunciare a rappresentare la parte più dinamica del Paese, non possiamo accettare passivamente che gli elettori considerino patrimonio quasi esclusivo del centrodestra parole come libertà, sviluppo, innovazione, dinamicità, benessere, competitività. E per fare questo dobbiamo essere in grado di recuperare credibilità e attrattività, a partire dalla nostra regione e dalla nostra provincia.

I risultati delle elezioni regionali del 2010, anche nelle aree governate storicamente dal centrosinistra, ci hanno detto che ogni realtà territoriale è ormai contendibile.

L’elettore medio è culturalmente mutato. Ci troviamo sempre di più in presenza di un elettorato mobile, pronto a cambiare il proprio voto in base all’offerta politica e alle risposte che un partito è in grado di dargli. Un elettore o un’elettrice conquistata una volta non lo è per sempre. Ogni volta vanno convinti e riconquistati, perché altrimenti saranno altri a farlo al posto nostro.

E’ la parte più mobile dell’elettorato che dobbiamo tornare ad affascinare con una chiara e leggibile iniziativa politica, soprattutto ora, che avremo di fronte a noi tre anni senza elezioni, durante i quali dovremo renderci riconosciuti e riconoscibili.

Le elezioni regionali ci hanno consegnato un quadro di chi ha votato PD -anche nel nostro territorio- fatto soprattutto di anziani e pensionati. E’ nelle fasce di età più avanzate che c’è lo “zoccolo” duro del nostro elettorato. Proprio quelle fasce d’età che, dall’alto della propria saggezza ed esperienza, ci chiedono, in ogni occasione, di saper parlare ai giovani, quei giovani che abbiamo appaltato alla destra, o peggio ancora che abbiamo spinto a disinteressarsi della politica, a considerarci “tutti uguali”.

Abbiamo perso strutturalmente consenso anche fra le categorie storicamente vicine al centrosinistra, fra una parte di quei i lavoratori rimasti affascinati dal patto leghista “che mai nessuno verrà a rubargli il lavoro”. Un patto sul quale rilanciare, divenendo noi i promotori di nuove politiche per lo sviluppo e per l’occupazione, allargando le opportunità di lavoro, a partire dal territorio. Mettendo in campo proposte che tengano assieme le organizzazioni sindacali: il lavoro e la legalità sono battaglie che dobbiamo fare assieme e su queste rilanciare un nuovo patto con il mondo del lavoro. Quello dipendente e quello autonomo, fatto di quei piccoli artigiani e imprenditori che per decenni hanno supportato e rappresentato il nostro sistema produttivo.

Con le dieci parole per “l’Italia del 2011”, lanciate dal nostro Segretario nazionale, si è iniziato un percorso che sono convinto possa finalmente portare a rendere leggibile e visibile il progetto che il Partito Democratico ha in mente per preparare l’alternativa, nel quale anche Ferrara vuole fare la sua parte.

IL PARTITO DEMOCRATICO DI FERRARA: INNOVARE CON CORAGGIO

Ferrara non è estranea al quadro nazionale e regionale appena descritto. Il centrosinistra nella nostra provincia, già dal 2009, è sceso al di sotto del 50%. I cittadini ci hanno consegnato un messaggio molto chiaro:

o abbiamo la forza di saper innovare o saranno i cittadini a rinnovarci.

E i cittadini lo faranno senza appello, esercitando il loro diritto al voto che fornisce sentenze inappellabili: il diritto con il quale si giudicano i risultati di chi ha governato e la proposta politica e programmatica di chi vuole governare.

Dobbiamo perciò saper innanzitutto innovare “noi stessi”:

è per questo che mi presento al Partito Democratico ferrarese non come il candidato di “qualcuno” o di un gruppo organizzato.

La mia candidatura vuole parlare dentro e fuori dal partito.

Dentro al partito, vuole parlare ad ogni iscritto, come singolo, non ai gruppi organizzati.

Fuori dal partito vuole parlare ad ogni cittadino per proporgli e discutere con l’agenda delle priorità per il nostro territorio.

Non voglio parlare alle mozioni congressuali, né tanto meno esserne il rappresentante, consapevole che il Segretario deve essere innanzitutto il garante dell’unità del partito, rispettando la linea politica che i nostri iscritti ed elettori ci hanno consegnato, un ruolo al quale non intendo abdicare.

Ho provato a farlo in questo anno e mezzo: prima del congresso, durante, nonostante una scelta chiara e trasparente, e soprattutto dopo, non accettando mai che qualcuno potesse sentirsi ospite nel nostro partito. E ciò non dovrà accadere neanche in futuro.

Il Partito Democratico è nato per aggregare non per dividere. E’ nato per tenere insieme radici profonde, che hanno fatto la storia di questo Paese, e che oggi devono essere alla base di una nuova cultura condivisa. Devono tenere ancorato in una terra nuova un unico indivisibile albero.

Innovare innanzitutto nella selezione della classe dirigente

Dobbiamo creare le condizioni affinché la selezione della classe dirigente non sia più solo il frutto di scelte obbligate, che si trascinano per inerzia, per tradizione. Chi è in pensione oggi può essere un’ottima risorsa per il partito, come oggi lo sono in tantissimi, senza necessariamente avere un incarico remunerato. Dobbiamo guardare fuori da noi stessi e renderci conto che ciò che la politica oggi considera un processo naturale e normale, i cittadini lo considerano “patologico”, a volte “caricaturale”. Sono pronti per questo, anche solo per questo, a voltarci le spalle. A considerarci uguali agli altri.

Dobbiamo evitare che la selezione della classe dirigente sia il frutto di un mero equilibrio tra fazioni interne contrapposte, perché queste accrescono il rischio di dare vita a mediazioni al ribasso, che premiano l’appartenenza prima del merito, la fedeltà prima delle capacità, che creano gruppi di potere che ingessano e cristallizzano il partito, e trasformano il dibattito in pura strumentalità, andando oltre il merito delle questioni.

Devono essere il merito e le capacità al centro del processo di selezione della classe dirigente, evitando di usare i “posti” solo per risolvere un problema. Perché per accontentarne uno c’è il rischio di scontentarne cento, e in politica questo non è un grande affare, oltre a non essere giusto.

La selezione della classe dirigente deve anche avere tra i suoi principi quello di promuovere la piena irruzione della soggettività femminile nelle decisioni politiche. Abbiamo fatto passi importanti, ma non esaustivi, per garantire che nessuno si senta discriminato.

Selezionare una classe dirigente significa infine non avere paura di obbligare ad un passo indietro chi ha rotto il patto di fiducia con gli elettori e con i cittadini. Il rispetto della legalità deve essere al centro della nostra battaglia culturale, in politica come nella società. Laddove emergono dubbi sulla legittimità dell’azione politica e amministrativa, che determinano la rottura del patto di fiducia con i cittadini, occorre prendersi la responsabilità di scelte coraggiose. Quelle si, che saranno considerate dagli elettori scelte naturali.

La battaglia per la legalità non dovrà essere solo un’opzione per la selezione della classe dirigente. E’ una battaglia che in Italia, e in tutti i territori, sta tristemente tornando di grande attualità, riportandoci con la mente ad anni che pensavamo definitivamente alle nostre spalle.

In un momento in cui i cittadini sono costretti a “tirare la cinghia” dobbiamo tenere fermi i valori della legalità e della trasparenza nella gestione pubblica. Legalità e trasparenza devono essere parole marchiate a fuoco in ogni dirigente e amministratore del nostro partito. Devono tradursi nel modo di operare delle amministrazioni pubbliche e noi, il Partito Democratico, ne dobbiamo essere i più credibili garanti.

Su tutto questo ritengo che il nuovo gruppo dirigente del PD di Ferrara, un gruppo largo e già in campo, si debba prendere responsabilità congiunte e condivise andando oltre gli steccati post-congressuali.

Innovare le politiche: i cittadini prima di tutto

Innovare noi stessi è condizione necessaria, ma non sufficiente, occorre contemporaneamente innovare le politiche, consci delle tante cose buone fatte, ma consapevoli che non si può sopravvivere sulla base dei risultati ottenuti.

Le buone politiche messe in campo nelle precedenti legislature e nel primo anno di quella in corso, potrebbero indurre a pensare di aver fatto molto, ma noi sappiamo che se in un mare mosso ci si limita a galleggiare, la prima ondata ci può far annegare.

Per questo è necessario “stare in mare” con la voglia e la forza di nuotare, anche contro corrente, sapendo che ci aspetta una lunga traversata.

Per questo credo che il PD, mettendo insieme tutte le sue energie nei Circoli e coinvolgendo i propri amministratori, si deve fare carico di mettere in campo un nuovo grande progetto per il territorio. Da discutere anche fuori dal PD, per non cadere nella trappola dell’autoreferenzialità.

Oggi il PD di Ferrara credo abbia tutte le competenze politiche ed amministrative, e quindi le potenzialità, per far partire una discussione approfondita che ci porti a disegnare il futuro del nostro territorio di qui a dieci anni, dando vita ad un nuovo grande progetto territoriale, non necessariamente a rimorchio delle politiche sovraordinate, ma in grado anche di stimolare e “provocare”la stessa Regione Emilia-Romagna. E ciò grazie anche agli importanti riconoscimenti ottenuti a seguito dell’ultima tornata elettorale regionale, in cui il PD locale ha registrato una rappresentanza regionale mai così corposa e qualificata, a cui aggiungere la rilevante rappresentanza parlamentare e l’enorme patrimonio di amministratori locali: dalla Presidente della Provincia, al Sindaco di Ferrara, ai tanti Sindaci e amministratori impegnati nei comuni della provincia.

Dobbiamo farci promotori di un “federalismo dei fatti”, con un dialogo aperto con tutte le forze economiche e sociali del territorio, perché un Paese in cui le amministrazioni locali non possono investire a causa di incomprensibili scelte del Governo nazionale, è un Paese che non investe.

E’ una necessità delle Istituzioni, ma anche delle imprese e del mondo del lavoro: è la grande occasione per farci promotori congiunti di una rinnovata politica dal “basso”, che parta dai bisogni dei cittadini e contribuisca ad un nuovo progetto di sviluppo nazionale.

Consci che uno scellerato Patto di Stabilità, come quello in essere, rischia di impedire ogni progettualità, dobbiamo da un lato mettere in campo ogni strumento a nostra disposizione per spingere il Governo a modificarlo, ma dall’altro dobbiamo essere altrettanto consapevoli che se esso rimane immutato, fra quattro anni i cittadini ci chiederanno comunque un rendiconto di ciò che abbiamo fatto, e dovremo quindi essere preparati a rispondere avendo realizzato idee e progetti leggibili, chiari ed efficaci.

E’ per questo che dobbiamo innovare. E’ per questo che il Partito deve darsi un’agenda politica chiara e trasparente, flessibile alle rapide trasformazioni della società, ma che abbia un profilo certo e immediatamente percepibile.

Sviluppo e lavoro, sanità-welfare-integrazione-scuola-diritti, e servizi pubblici locali, sono i filoni tematici su cui i cittadini misureranno la nostra progettualità e la nostra efficacia.

Su di essi propongo al Partito di Ferrara di dar vita ad una grande “Conferenza Programmatica Locale”, aperta e partecipata, che si fondi sul principio: “i cittadini prima di tutto”.

Sviluppo, lavoro, impresa

Lavoratori e imprese hanno vissuto il 2009 con la speranza di una ripresa dell’economia, con la “provocata e mistificata illusione” che si fosse alla fine di un orribile ciclo.

Oggi invece l’economia europea, nazionale e locale non ci sta dicendo questo. Si e’ rafforzato e diffuso il concreto timore di un prolungamento della crisi economica e di un suo aggravamento, a tutti i livelli. La drammaticità della crisi di alcuni Paesi europei né è la più chiara dimostrazione.

Per questo uno sviluppo che punti a difendere l’occupazione e il lavoro, con un occhio attento ai troppi giovani precari, deve essere al centro della nostra proposta politica locale.

Più occupazione e più lavoro significa mettere in campo politiche per tornare a far crescere la base produttiva locale. Lo si fa divenendo attrattivi e promuovendosi verso l’esterno: gli strumenti a disposizione devono essere pensati e anche rimodellati per perseguire innanzitutto questo obiettivo.

Ma dobbiamo altresì creare le condizioni affinché, trovandosi di fronte un’amministrazione pubblica snella e sburocratizzata, le imprese locali possano crescere. Esse devono trovare a partire dal proprio territorio l’occasione e la possibilità per rafforzarsi, occorre dialogare con loro e renderle protagoniste, già nella propria terra, di un progetto di sviluppo condiviso.

Le parti sociali, i sindacati, devono trovare nel Partito Democratico un interlocutore in grado di mettere in campo proposte che tengano insieme tutto il mondo del lavoro, partendo dal “basso”, cercando di fare a Ferrara ciò che a livello nazionale appare oggi più difficile.

Dobbiamo proseguire nelle politiche di sostegno sociale ed economico ai lavoratori in difficoltà, accompagnandole però sempre di più con politiche della formazione rinnovate e innovative, per ridare una speranza a chi oggi vede chiusi definitivamente i cancelli della fabbrica in cui ha lavorato per decenni e che pensava che lo avrebbe accompagnato fino alla pensione.

Innovare quindi significa anche questo, saper puntare su nuovi settori strategici sotto il profilo industriale, ponendo la sostenibilità e l’ambiente al centro della nostra azione e investendo su settori innovativi, come quello della green economy, dicendo “no al nucleare” e rilanciando sul turismo e la cultura per potenziare anche il terziario, dando vita inoltre a nuove alleanze con il mondo agricolo, per reinterpretare una realtà produttiva in forte cambiamento anche nella nostra provincia.

Innovare per evitare di ripiombare in quella marginalità che per decenni non ha permesso a questo territorio di agganciare il treno dello sviluppo regionale. I grandi progetti infrastrutturali, ormai avviati, vanno portati avanti senza lungaggini, per metterci nelle condizioni di rilanciare la strategicità di Ferrara nel contesto regionale e nazionale e di coglierne tutte le potenzialità.

Ferrara ha un territorio diversificato, ricco di specificità e di potenzialità, ma allo stesso tempo è un’area della regione ricca di fragilità, in ogni sua parte.

Se si decide di far scontrare tra loro elementi fragili, l’unica certezza è che questi si romperanno, divenendo difficilmente ricomponibili.

E’ per questo che lo sviluppo del territorio va pensato non mettendo un’area contro un’altra, non ponendo la Città da una parte e il resto del territorio dall’altra, ma individuando linee di sviluppo condivise, che esaltino le peculiarità di ogni parte della provincia. Un disegno di cui il Partito Democratico si deve far carico, per trovare un modo per tenere insieme l’intero territorio sapendone esaltare le specificità. Un disegno da realizzare dove governiamo, e da contrapporre a chi governa laddove siamo all’opposizione.

Per questo non essere più al governo di Comacchio, non può tramutarsi nell’abbandono di un progetto per quella parte del territorio, per la costa e per il Parco del Delta, perché abbandonare la costa, significherebbe anche complicare i processi di sviluppo dell’immediato entroterra. Dobbiamo quindi farci promotori di un progetto che ci renda alternativi alla destra che è oggi maggioranza, che consenta di differenziarci e di proporci ai cittadini con un’idea nuova, che coniughi turismo ed ambiente, che non sia più vincolata ad interessi particolari. Un progetto libero da compromessi di basso profilo e funzionale ad aggregare intorno ad esso tutte quelle forze che potranno consentirci di tornare al governo di quella parte di territorio.

Un progetto per il territorio quindi, da confrontare con tutti i possibili alleati, che possa essere alla base anche della nostra proposta programmatica per la prossima tornata elettorale amministrativa che nel 2011 interesserà quasi un terzo dei nostri comuni, toccando tutte le aree della provincia.

Sanità-welfare-integrazione-scuola-diritti

Il sistema sanitario provinciale vedrà con l’apertura di Cona l’avvio di una nuova fase del servizio sanitario integrato, nella quale l’impegno del Partito Democratico dovrà essere concentrato sulla necessità di garantire un servizio di qualità ai cittadini, che sia accessibile e funzionale, che consenta loro di cogliere tutti i vantaggi di una struttura qualificata e qualificante per l’intero territorio provinciale. E’ sulla garanzia di un funzionamento eccellente del sistema che le Istituzioni devono rivolgere il loro impegno. Questa generazione deve pensare all’ospedale di Cona con questo obiettivo, è ora di chiudere definitivamente ogni strumentalizzazione politica, spesso fine a sé stessa, più preoccupata a conquistare voti che a tutelare l’interesse vero dei cittadini.

Cona non è un problema solo della Città, perché rappresenta il definitivo completamento di un sistema sanitario provinciale di eccellenza, e il punto di partenza di una riorganizzazione territoriale dell’intero sistema, nella consapevolezza che andrà ricercato un nuovo equilibrio.

L’eccellenza del sistema sanitario va completata con un innovativo welfare diffuso sul territorio. L’invecchiamento della popolazione da un lato, le accresciute esigenze delle famiglie in termini di servizi dall’altro, e l’emergere delle nuove povertà, implicano un sistema sociale che sappia far interagire il pubblico e il privato con adeguati sistemi di controllo e regolazione e con il supporto irrinunciabile di tutte quelle realtà del volontariato sociale che ormai da anni si sono messe a disposizione del sistema pubblico, rafforzandolo e rendendolo più vicino ai cittadini.

L’ulteriore sfida sarà sul versante dell’integrazione, sulla capacità di ripensare una società multietnica fondata sui diritti e i doveri dei residenti e degli immigrati. Il rigore, se fondato sul rispetto dei diritti e dei doveri, consente ai cittadini tutti di sentirsi rispettati e sicuri.

L’integrazione e la società la si ripensa partendo innanzitutto dalla scuola. Quella scuola pubblica oggetto sempre di più della mannaia di un Governo che vuole negare il “diritto al futuro”, un diritto che dal livello locale dobbiamo difendere e tutelare, sapendo di poter contare su importanti eccellenze universitarie, attorno alle quali immaginare una città in grado di accogliere gli studenti e fornire loro nuove opportunità di investimento umano e professionale.

Il Partito Democratico di Ferrara ha dimostrato infine, proprio in questi mesi, che attraverso un metodo di discussione interna, trasparente e partecipato, è pronto a prendere posizioni chiare e leggibili anche per temi sui quali è ancora aperto il dibattito interno a livello nazionale. Ne è un esempio la scelta fatta dal PD in Consiglio Comunale a Ferrara di istituire il registro per le dichiarazioni relative al proprio testamento biologico. E’ con quel metodo che a Ferrara affronteremo il tema dei nuovi diritti, ricercando una sintesi condivisa che abbiamo dimostrato essere alla nostra portata.

Servizi pubblici locali

I cittadini prima di tutto. Ogni volta che ci siederemo attorno ad un tavolo per ridiscutere l’organizzazione dei servizi pubblici locali in questo territorio, dovrà essere quello il principio cardine: i cittadini prima di tutto.

L’efficacia nell’erogazione dei servizi pubblici è la garanzia di una qualità della vita elevata e dignitosa. L’universalità di questi servizi e l’accessibilità, dall’acqua alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti, toccano la quotidianità di ciascuno.

Difendiamo l’interesse dei cittadini e del territorio, prima ancora che pensare alla difesa delle singole posizioni.

L’efficacia del servizio e i costi con cui viene erogato, devono essere i punti fermi della discussione, gli elementi sulla base dei quali individuare il miglior assetto territoriale possibile.

I servizi pubblici locali sono stati più di ogni altra cosa ciò che ha caratterizzato il nostro buon governo su tutto il territorio provinciale. L’obiettivo è fare in modo che tornino ad essere il fiore all’occhiello del nostro modo di governare, e non un vulnus sulla base del quale qualcun altro possa invocare il cambiamento.

E’ per questo che l’azione politica del PD deve pretendere anche la più ampia trasparenza nella gestione dei servizi pubblici locali da parte dei soggetti gestori.

Attorno ai servizi pubblici locali abbiamo costruito la storia del centrosinistra in questo territorio, facciamo in modo di essere protagonisti anche della storia del futuro.

UN PARTITO ORGANIZZATO E RADICATO, PLURALE E DEMOCRATICO

Un partito organizzato e radicato

La politica del Partito Democratico oggi, ancor più di ieri, deve essere fatta attraverso una presenza costante, diffusa e radicata nel territorio.

Per questo vanno rafforzati i Circoli, non come meri comitati da mobilitare solo nelle fasi elettorali, ma come luoghi dell’ascolto e della presenza sul territorio. In quest’ultimo anno i Circoli si sono sentiti più dei comitati elettorali che luoghi di discussione ed elaborazione. L’agenda politica deve essere discussa a partire dal basso, dal coinvolgimento dei Circoli e del gruppo dirigente di base in essi impegnato.

Per questo devono essere luoghi vivi, in cui far maturare e crescere una nuova classe dirigente che partendo dal “basso” possa acquisire e maturare quell’esperienza da mettere a servizio dei cittadini anche nella gestione della cosa pubblica.

La presenza sul territorio, il costante contatto con i problemi e i bisogni delle persone, ha dimostrato in questi anni che, laddove è stato praticato, ci ha ripagati, non solo sotto il profilo del consenso, ma anche in termini di efficacia dell’azione amministrativa delle istituzioni.

Per questo i nostri Segretari di circolo devono essere una parte fondamentale del gruppo dirigente provinciale, ed è centrale il loro coinvolgimento nei luoghi di decisione e negli organismi dirigenti.

I Circoli infine non solo come modalità di organizzazione territoriale, ma come luogo di elaborazione politica anche nelle fabbriche e nei luoghi di studio. Cercando di riconquistare spazi che oggi hanno occupato altri, per rappresentare un nuovo punto di riferimento credibile e organizzato. Tornare laddove ci sono i problemi, non per cavalcarli, ma per risolverli.

L’organizzazione prevede inoltre la necessità di un’adeguata capacità comunicativa. Il preziosissimo lavoro degli strumenti di comunicazione più tradizionali, va affiancato con sistemi innovativi di comunicazione verso l’esterno.

La parte più dinamica e giovane dei cittadini forma la propria opinione non solo attraverso la carta stampata, ma utilizzando gli strumenti multimediali della comunicazione, che non possiamo premetterci di sottovalutare, ma anzi che dobbiamo far divenire strutturalmente uno dei modi della comunicazione esterna.

Pluralismo e democrazia in tutti i luoghi di discussione e decisione

Per rendere efficace l’azione del partito sarà necessario mettere in campo una governance trasparente e partecipata, in grado di rappresentare il partito in modo unitario e plurale.

Un grande partito come il nostro non è immaginabile senza un pluralismo di idee e senza un confronto, anche molto aspro, sui contenuti; a condizione che il pluralismo non si trasformi in una molteplicità di lobby interne che si fanno la guerra per il potere. Tutto ciò ci renderebbe drammaticamente più deboli.

Il pluralismo quindi inteso innanzitutto come modalità di confronto, inclusiva e rappresentativa, attraverso cui giungere a decisioni leggibili e condivise.

La trasparenza come garanzia di luoghi di decisione ben definiti e riconosciuti. Dobbiamo dotarci di organismi dirigenti con compiti chiari e definiti, che consentano di identificare in modo trasparente i luoghi della decisione e che consentano di rapportarsi in coerentemente con gli altri livelli del partito, da quello regionale a quello nazionale.

Un partito che non si racchiuda però nei propri organismi dirigenti, che non avvii ed esaurisca la discussione lì dentro, che sappia dotarsi di tutti quegli strumenti, a partire dai forum, che siano in grado di rendere protagonisti anche quegli elettori e quei portatori di interesse che ci guardano con attenzione e sono pronti ad offrire un contributo disinteressato alla nostra discussione.

Un partito che deve offrire un luogo di confronto e di elaborazione anche ai propri amministratori, per definire con loro modalità di azione coerenti sul territorio, per parlare con una voce sola in tutte le parti della provincia, rafforzando l’identità del nostro agire.

Di fronte ad un quadro politico più frammentato ed incerto occorre oggi più di ieri mettere in campo una squadra larga. E’ indispensabile creare un luogo di raccordo fra i nostri amministratori locali e i nostri rappresentanti provinciali, con i nostri rappresentanti in Regione e nel Parlamento, per rendere efficace quella filiera istituzionale che può dare valore aggiunto al partito e alle sue proposte politiche.

Occorre dare inoltre piena funzionalità alla Conferenza Permanente delle Donne del PD, come luogo di elaborazione comune per poter proseguire un importante e fondamentale lavoro di ampliamento della loro autonomia e del loro peso politico. Per dare forza e sostanza ad un punto di vista, ad una sensibilità e ad un pensiero che è indispensabile per la politica e per il nostro partito.

Infine i “Giovani Democratici”. Il partito deve offrire loro l’opportunità di ritrovarsi e confrontarsi in modo autonomo, con l’obiettivo di fornire un contributo alla politica del partito, che derivi dal confronto fra giovani che provengono da realtà di studio, lavoro e amministrative diverse. Una finestra aperta, ma soprattutto un ponte, su tutto il mondo giovanile, quel mondo di cui riguadagnarsi la fiducia, a partire dalla scuola e dall’Università.

Le elezioni del 2011

Partecipazione, pluralismo e trasparenza dovranno rappresentare anche il modo in cui affrontare le elezioni amministrative del 2011.

Una tornata elettorale complessa, che coinvolgerà quasi un terzo dei nostri comuni, nella quale non possiamo permetterci di dare per scontato nessun risultato.

In ogni comune dobbiamo impostare il lavoro pensando che il centrodestra si presenterà unito, con il miglior candidato possibile. Deve essere questo lo stimolo per costruire dovunque una proposta di governo solida, radicata, su cui far confluire tutte le forze del centrosinistra, ma che sia in grado, laddove è necessario, di uscire dal recinto della coalizione tradizionale, andando ad intercettare fette di società che possano ritrovare nel nostro “civismo”, condivisi obiettivi di governo.

In alcune realtà tale processo pare inevitabile, perché il centrosinistra da solo non può farcela: Cento e Goro ne sono gli esempi più evidenti. Ma anche laddove potremmo avere in apparenza una, più o meno solida, maggioranza, il grado di attenzione sulle squadre da mettere in campo dovrà essere massimo.

La scelta dei candidati dovrà rispettare il requisito della migliore candidatura possibile per vincere, ovviamente mettendo a disposizione lo strumento delle primarie laddove non si dovesse confluire su una candidatura condivisa.

Una tornata elettorale talmente delicata che comporta la necessità di un costante livello di rapporto fra le singole organizzazioni locali e l’organizzazione provinciale, per definire, in tavoli partecipati, plurali e inclusivi che mettano insieme le diverse energie del partito, un percorso condiviso a tutti i livelli.

Parafrasando un noto regista contemporaneo della commedia italiana e uno statista dell’Ottocento, credo che il Partito Democratico possa essere davvero un grande partito fatto di donne e uomini, che a differenza dei pesci che guardano di lato e delle mosche che guardano dappertutto, possono guardare avanti, consapevoli che in politica coraggio e successo non sono legati da un nesso casuale, ma sono la stessa cosa.

Ferrara, maggio 2010

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