La settimana della Memoria

Il 25 gennaio il Segretario Comunale Alessandro Talmelli ha inaugurato la settimana della Memoria: una settimana in cui “fare memoria” è doveroso per non confondere, per non banalizzare, anzi per conoscere le storie dei deportati affinché quelle storie diventino nostre.
 
In seguito potete leggere il messaggio che ha scritto il Segretario Comunale in occasione del Giorno della Memoria e le 6 storie di bambine e bambini, ragazze e ragazzi ebrei deportati.

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«L’antisemitismo, l’odio nei confronti del popolo ebraico, è stata e rimane una macchia sull’anima dell’umanità». Le parole di Martin Luther King, pronunciate nel 1969, hanno ancora oggi la forza per superare ogni forma di retorica. Se oggi celebriamo il Giorno della Memoria è perché vogliamo ricordare la Shoah, un evento straordinario per la sua tragicità e per le aberranti ragioni che la causarono. Fu politicamente determinato ma fu anche preparato prima, coltivando un sentimento ostile nei popoli europei, e pianificato poi con disumana determinazione. La Shoah giunse alla fine di una campagna in cui l’odio per gli ebrei venne alimentato grazie a una mistura di crudeli bugie che trovarono nell’ignoranza e nella paura il terreno adatto per attecchire. Ignoranza, paura e crudeltà che ancora oggi minacciano la convivenza civile, la democrazia, il futuro della costruzione europea. Il modo più coerente di celebrare e rendere omaggio alle vittime, a ogni vittima innocente, di quella tragedia, che ancora oggi interroga le coscienze di ciascuno, è quello di coniugare l’amore per la pace, la tolleranza, il rispetto di ogni identità con la difesa attiva, tenace, senza cedimenti contro ogni tentativo di far riemergere spinte antisemite. L’Europa è nata sulle macerie di Auschwitz. È nata per rendere impensabile, ancora prima che impossibile, che potessero di nuovo accadere quegli orrori; e la nostra Unione dichiarerebbe il suo fallimento se gli europei di religione ebraica decidessero di abbandonarla. Oggi come ieri l’antisemitismo minaccia la nostra libertà quanto quella delle sue vittime designate: gli ebrei. Il nazifascismo con tutte le sue orrende propaggini è nato in Europa ed è l’Europa ad avere il dovere politico e morale di impedirne antistoriche nostalgie e ricostruzioni. Quando si trasforma la memoria in qualcosa d’indistinto e si ricorda tutto e il contrario di tutto, dai gulag alla Shoah, si fa solo confusione. Perché il “mai più” non appartenga solo alla nostra memoria ma ispiri sempre la nostra azione politica oggi e domani.

Alessandro Talmelli – Segretario Unione Comunale PD Ferrara

27 Gennaio 2021

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La bambina in foto si chiamava, Jiřina Steinerová, era nata a Praga il 24 gennaio 1942. Era una bambina ebrea.
Il 18 maggio 1944 fu deportata ad #Auschwitz dal ghetto #Theresienstadt.
Non sopravvisse.
Fonte @auschwitzmemorial

 
 
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Si chiavama Sergio De Simone, aveva 7 anni quando i nazisti lo deportarono al campo di concentramento di Neuengamme il 29 novembre 1944. Proprio il giorno del suo settimo compleanno.
Fu l’unico italiano tra i 20 bambini di varia nazionalità lì selezionati come cavie umane per esperimenti medici compiuti dal dottor Kurt Heissmeyer nel campo di concentramento di Neuengamme presso Amburgo.
Al termine dell’esperimento tutti i 20 bambini e i loro accompagnatori furono uccisi nei sotterranei della scuola amburghese di Bullenhuser Damm.
 
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Marcello nacque a Ferrara nel 1929, da Letizia Rossi e Gino Ravenna.
Era per tutti Marcellino, arrivato quando nessuno in famiglia lo aspettava più. Franca ed Eugenio erano i suoi fratelli maggiori.
Paolo Ravenna ricorda che veniva quasi tutte le settimane a casa sua a giocare nel giardino di via Cittadella e in quell’occasione sua mamma Lucia Ravenna gli dava sempre una lira. Era denominato un “piazzarot”; perché giocava sempre per strada con gli amici.
Nel 1938 iniziò a frequentare la scuola ebraica di via Vignatagliata, frequenza che si interruppe bruscamente nel 1943 quando in Italia si passò dalla fase della persecuzione dei diritti a quella della persecuzione delle vite dei cittadini di religione ebraica.
La sua insegnante Matilde Bassani nella sua testimonianza ad Enzo Biagi lo ha descritto come un bambino bello, chiaro, con due grandi occhi vellutati, dolci che, se non rendeva molto a scuola, era solo perché mostrava una sensibilità particolarmente ferita.
A fine novembre 1943 lasciando il fratello Eugenio nelle Carceri di via Piangipane, la famiglia fu costretta a fuggire da Ferrara e cercò di raggiungere la Svizzera.
Pure riuscendo a passare il confine, furono però respinti, arrestati a Domodossola e poi scortati alle carceri di Ferrara. Il 12 febbraio furono trasferiti al campo di Fossoli.
Di qui il 22 Febbraio 500 persone all’incirca partirono per la deportazione. Nulla sappiamo di Marcello né nelle fasi precedenti né durante questo angoscioso viaggio fino a ciò che accadde all’arrivo alla rampa di Auschwitz Birkenau.
(Storia raccontata da Marcella Hanna Ravenna)
 
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Oggi, 27 Gennaio, nella Giornata della Memoria vorrei ricordare la storia di Eva Maria Levy Segre, una ragazza veronese di 22 anni che nel tentativo di rifugiarsi in Svizzera insieme alla famiglia per salvarsi la vita, venne arrestata a Torino dalla Gestapo e condotta a Milano.
Il 6 dicembre del 1943 dal Binario 21 partì insieme alla madre e al fratello Enzo con destinazione Auschwitz.
Arrivati al campo di concentramento, la madre fu gasata, Eva che si portò con se un violino che le aveva regalato il padre, fu costretta a suonare con altri detenuti nell’orchestra del campo per il diletto dei guardiani. Il fratello Enzo, trasferito a Campo di lavoro di Monowitz.
Mentre era al campo, Eva ricevette dal fratello un biglietto in cui aveva disegnato a mano libera un rigo musicale e sopra aveva scritto in tedesco Der Musik macht frei – “la musica rende liberi”. Per conservare il biglietto lo nascose nella cassa del violino.
Anche in seguito a un incidente che rese il violino inutilizzabile, con conseguente cacciata dall’orchestra, Eva non riuscì a sopravvivere alle dure condizioni di vita imposte dal lager e morì il 6 giugno del 1944.
Il 27 gennaio 1945, giorno in cui venne liberato il campo di concentramento di Auschwitz, il fratello Enzo recuperò lo strumento. Attualmente è conservato nelle “Stanze per la Musica” del Museo civico Ala Ponzone di Cremona.
La Shoah fu la pagina più buia che l’umanità abbia mai conosciuto, fu lo sterminio di un popolo. Non possiamo dimenticare ciò che è stato e tutti dobbiamo impegnarci per mantenere viva la Memoria, ricordando quello che è stato, e lo dobbiamo fare senza filtri, senza attutire la crudeltà e le atrocità che vennero compiute.
Quando si trasforma la Memoria in qualcosa d’indistinto e si ricorda tutto e il contrario di tutto, dai gulag alla Shoah, si fa solo confusione. Perché il “mai più” non appartenga solo alla nostra memoria ma ispiri sempre la nostra azione politica oggi e domani.
Per non dimenticare, mai.
 
Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto e il seguente testo "QUESTO GIARDINO E' DEDICATO A BRUNO FARBER FIGLIO DI EBREI GORIZIANI DEPORTATO E UCCISO AD AUSCHWITZ ALL' ETA' DI 3 MESI EMBRF1943 'EMBRF 26 FE 1944"
Si chiamava Bruno Faber, aveva solamente 3 mesi quando fu ucciso al campo di sterminio di Auschwitz.
Nato a Ferrara il 7 novembre 1943, figlio di Davide Farber e Ester Fink una coppia di Gorizia che fuggì a Ferrara quando i nazisti rastrellarono gli ebrei goriziani, deportandoli nei campi di concentramento e sterminio.
La famiglia venne comunque arrestata e deportata poche settimane dopo, prima a Fossoli e poi ad Auschwitz, dove il piccolo Bruno venne ucciso.
A lui è intitolato un parco a Gorizia.
 
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In questo giorno di sabato, voglio concludere la settimana della memoria ricordando una storia di speranza, voglio rivolgere il mio pensiero alle sorelle Bucci, Tatiana e Andra.
Deportate nel 1944 ad Auschwitz sono sopravvissute alla Shoah dopo essere state usate come cavie per gli esperimenti di Mengele.
Furono testimoni cruciali per documentare il funzionamento del campo di Auschwitz e degli pseudo-esperimenti scientifici compiuti.
“Abbiamo avuto il coraggio di tornare ad Auschwitz solo nel 2005. E poi ci siamo venute sempre, anche più volte all’anno. Finché le forze ce lo permetteranno, continueremo a tornare”.
 

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